In incipit veritas #3 (1° parte)

In incipit veritas è una rubrica dedicata esclusivamente al selfpublishing, nella quale troverete le prime sette-otto righe di quei romanzi indipendenti che hanno attirato la mia attenzione. 

Perché ho deciso di focalizzarmi sugli incipit?

 

Perché sono convinta che un incipit non può mentire, che un incipit è capace di dire in poche parole la “verità” sul libro da cui è stato estrapolato: perciò, per scegliere il titolo di questa mia nuova rubrica, ho storpiato scherzosamente uno dei proverbi latini a noi più noti.


ADESSO PERÒ VI LASCIO ALLE MIE TRE PROPOSTE SELF DI OTTOBRE…

 

La Gatta sorrise sguainando un miliardo di denti: su un incisivo portava incastonato un minuscolo zircone. Aveva lo sguardo intorpidito di chi ha bevuto tanto, lunghi capelli più chiari del rame e un abito stretto e cortissimo, aperto sul collo, aperto proprio sul collo. Se ne stava stesa su un divano di finta pelle, con un boccale in mano e, poiché le tremava il braccio, bianche onde di birra le finivano sulle gambe nude. Rideva, languida e lenta, rideva con la bocca e con gli occhi intorno ai quali due segni di matita nera, allungati quasi fino alle tempie, la facevano somigliare a una grossa micia meticcia col pelo color mais. Per questo l’aveva soprannominata la Gatta. Non conosceva il suo nome e non voleva conoscerlo. L’unica cosa che gli interessava era l’arteria che le batteva sotto la pelle.

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C’è il sole. Un bel sole caldo che avvolge ogni cosa.
Intorno a me, però, i colori sono spenti, scuri, pieni di dolore.
E poi ci sono tante lacrime.
Perché io non piango più?
È strano quanto si possa arrivare a odiare i raggi del sole e il proprio nome, solo per colpa di giornate come questa.
È strano come all’improvviso tutto può cambiare.
Per sempre.
Adoro da tantissimo tempo i posti come questo, di cimiteri la mia città ne vanta molti e ne va orgogliosa.
Li amo anch’io, in effetti, perché regalano un senso di pace così profondo da farti provare molto più dell’angoscia, come invece potrebbe sembrare; al contrario, alla fine ci si ritrova abbracciati soltanto da una serenità e una tranquillità così avvolgenti, che altrove sono poi difficili da ritrovare.

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“Devi andare” mi dice ancora una volta, mentre io continuo a fissare il viale che porta alla casa di mio padre.
“E invece non devo” mi volto verso di lui che ha gli occhi piantati sulla strada davanti a noi.
Non posso vedere la sua reazione, siamo immersi nel buio, ha spento i fari almeno cento metri prima di arrivare e la strada che porta a casa Johnston è isolata e senza illuminazione.
“Shane…”
Mi riprende come se fossi suo fratello minore.
“Smettila di trattarmi così” lo fermo prima che vada avanti.
“Così come?” “Sono cresciuto, so badare a me e so prendere le mie decisioni.”
“Come quella di ubriacarti nel mio locale?”
“Non mi sembra ci sia molta scelta a Letterfrack, ma se ti dà così fastidio cercherò di organizzarmi in altro modo.”
“Che vuoi dire?”
“Che forse è arrivato il momento di cambiare locale.”
Stringe forte la mascella.
“O forse dovresti smetterla di ubriacarti.”
“O forse ho un motivo valido per farlo.”
Sento il suo respiro riempire l’abitacolo e togliere aria a me.
“Non sono tuo fratello.”
Lo ribadisco ancora una volta sperando che prima o poi capisca che sono adulto e che so quello che voglio. E quello che voglio è la stessa cosa che volevo quattro anni fa e che lui continua a negarmi.

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