In incipit veritas #4

In incipit veritas è una rubrica dedicata esclusivamente al selfpublishing, nella quale troverete le prime sette-otto righe di quei romanzi indipendenti che hanno attirato la mia attenzione. 

Perché ho deciso di focalizzarmi sugli incipit?

 

Perché sono convinta che un incipit non può mentire, che un incipit è capace di dire in poche parole la “verità” sul libro da cui è stato estrapolato: perciò, per scegliere il titolo di questa mia nuova rubrica, ho storpiato scherzosamente uno dei proverbi latini a noi più noti.


ADESSO PERÒ VI LASCIO ALLE MIE TRE PROPOSTE SELF DI NOVEMBRE…

 
 

Non sto vivendo davvero. Sono una foglia trasportata dal vento. Ho trascorso molto tempo limitandomi a fare quello che andava fatto senza troppa convinzione. Come se vivessi una fase adolescenziale perenne. Ma a ventisei anni non mi basta più. Voglio essere il vento. Voglio prendere in mano la mia vita e farne qualcosa di buono. C’è stato un momento in cui la bambina che viveva in me è diventata una specie di adulta incompleta e un po’ disillusa. Quando sei piccolo progetti, pianifichi e sogni le mille possibilità che avrai quando sarai grande. Io non sto facendo niente di quello che mi ero prefissata. E lo so con certezza perché ho una scatola in cui custodisco tutte le liste dei desideri che ho stilato. Come se scrivere in continuazione letterine ne rendesse più probabile la realizzazione.

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Felicity e il suo accompagnatore erano spariti da venti minuti. Lui si era alzato per rispondere al telefono, poi era tornato e lei lo aveva seguito fuori dal ristorante. Anche gli sposi si erano alzati per aprire il regalo delle amiche, chiuso in un bauletto, la cui chiave era sepolta in una confezione da cinque chili di caramelle gommose alla ciliegia. Dopo la pubblicazione del romanzo quasi autobiografico Linea 97, scritto da mio nipote Peter, molti dettagli della nascita della sua relazione con Danielle erano diventati di dominio pubblico, compresi i loro primi baci al sapore di marmellata di ciliegie. Approfittai della distrazione generale degli invitati per andare alla ricerca della mia amica, con la scusa di farla tornare in tempo per il taglio della torta. La veranda del ristorante era deserta: a febbraio faceva ancora troppo freddo per far venire voglia di sedersi nei divanetti in rattan. Felicity, però, stava sfidando l’aria frizzante con il suo vestito leggero, seduta nell’angolo, con le braccia strette al corpo. La raggiunsi, togliendomi la giacca, poi la posai sulle sue spalle gelide.

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Sono le sei e mezza e sto cominciando a perdere la pazienza. Viki, la mia coinquilina e migliore amica, non accenna a uscire dal bagno e continuo a chiedermi cosa diavolo stia combinando. Sono quasi due ore che è chiusa dentro e ogni volta che le chiedo “Viki, ma cosa diavolo stai combinando?” lei mi risponde che non devo rompere le palle e che si tratta di una sorpresa. Annoiata, ma anche tanto curiosa, decido di mollare la presa nuovamente e mi incammino nel piccolo salone avvicinandomi alla finestra che affaccia sulla Rambla. Mi accomodo sul davanzale interno, sollevo il vetro a ghigliottina e lascio gli occhi vagare senza soffermarmi su qualcosa di specifico. Questo piccolo angolo sembra fatto apposta per accogliere il mio esile corpo, adoro sbirciare il mondo da qui. È come trasformarsi in quelle nonne pettegole che, nascoste dietro le proprie tende, scrutano la vita di tutti. Mi piace osservare il caos dei corpi che si muovono avanti e indietro, il negozio di fiori della signora Flores, dove compro le mie amate orchidee, il fascino che trasmettono gli artisti di strada che popolano questo tratto di via, fino a perdermi tra le bancarelle che attirano l’attenzione dei passanti.

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