Recensione: “Questo canto selvaggio” di Victoria Schwab

Può dall’orrore nascere una vita? E dalla guerra?
Sembra impossibile, sembra quasi un’eresia, eppure Questo canto selvaggio ci dimostra quanta vita può sbocciare da orrore e guerra. Una vita non umana che, comunque, vuole essere umana.
Mostri, tanti mostri a V-City.
Alcuni lo sono, è vero, altri invece hanno più umanità di un mortale: sono i Sunai, occhi neri come carbone, musica nel sangue.
Esistono anche i Corsai e i Malchai, loro sì che sono abomini…
I Sunai nascono dall’efferatezza, sorgono dalle ceneri dell’orrore e della guerra per portare giustizia. Sono potenti, invincibili, sono soltanto tre a V-City.
Uno di loro è August Flynn. Un ragazzo che cerca la normalità, che osserva i tatuaggi aumentare sul suo corpo, di giorno in giorno, tenendone gelosamente il conteggio come un ex alcolizzato conta le settimane sobrie. Quattrocentoventi, quattrocentoventuno, quattrocentoventidue…
August è stanco di starsene chiuso in casa, stanco di dover uscire solo in caso di “emergenza”, stanco di dover suonare il suo violino solo in caso di “emergenza”. Vuole lottare come suo fratello Leo, vuole essere un Sunai forte, coraggioso, capace.
Con l’arrivo di Kate Harker, la sua vita – quella stessa vita nata da orrore e guerra – cambierà e le sue uniche certezze franeranno su se stesse.
Questo canto selvaggio è un urban fantasy, con ambientazione distopica (permettetemi l’aggiunta!), che mi ha lasciata senza fiato: era da fin troppo tempo che un libro del sopracitato genere, con protagonisti giovani, ma non immaturi, pronti a combattere per la propria esistenza, non capitava tra le mie mani.

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